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Cile Viaggio in Sud America

Santiago y Chile, ¿qué onda?

Tierra mía, sin nombre, sin América. P. Neruda.

Care amiche, cari amici,

questo post è il più difficile, quello al quale tengo di più e al quale dedicherò più tempo. I lunghi viaggi in autobus da San Pedro de Atacama a Purmamarca e da Humahuaca a San Salvador de Jujuy mi permettono di lavorare sul testo. Premetto che alcuni passaggi sono forti, e a una settimana di distanza, scrivere certi paragrafi continua ad emozionarmi.

Ho avuto il privilegio di vivere a Santiago per 10 giorni e di farlo con una famiglia cilena aperta al mondo, aperta all’incontro con culture differenti. Al mio arrivo, 17 Dicembre 2019 sono trascorsi esattamente due mesi dall’inizio dei movimenti sociali che stanno scuotendo tutto il Cile, questo largo y querido petalo de mar. Ho scelto, e ho avuto la fortuna, di osservare con calma la città di Santiago, dove vive il 40 % della popolazione cilena, e vorrei quindi condividere con voi qualche riflessione, senza nessuna pretesa di aver capito. Vi racconterò le mie emozioni e sarò disponibile ad approfondire con chi lo desiderasse.

Inizio con la mia visita allo straordinario Museo de la Memoria y de los Derechos Humanos. Il museo racconta la storia della dittatura di Pinochet iniziata il 11 Settembre 1973. I video iniziali mostrano il bombardamento della Moneda e i volti del popolo cileno mentre ascoltava le ultime parole di Allende via radio. Si inizia con le pelle d’oca.

#migraresunderechohumano


Si prosegue con la descrizione della dittatura, i differenti modi di tortura, i desaparecidos, il fallito attentato a Pinochet. Quello che però mi ha colpito di più è la solidarietà internazionale che il popolo cileno ebbe durante quegli anni molto difficili, ospitando esiliati e attraverso diverse manifestazioni. In particolare, l’Italia fu il secondo paese europeo dopo la Svezia come numero di esiliati accolti, circa 12000. In Svezia furono circa 29000, in Venezuela più di 80000. Ed è facile incontrare storie di esiliati. Per esempio, il papà di Rodrigo fuggì in Brasile perché ormai ricercato e in pericolo.

Proseguo questo racconto passando alla descrizione della mia mattina, intensa e carica di emozioni, a Plaza Italia, attualmente Plaza de la Dignidad, come mi è stato ripetuto più volte. Dignidad. Questa parola risuona ovunque, ed è davvero la parola simbolo di questo movimento. Plaza de la Dignidad è però distrutta, ferita, come una parte del centro di Santiago. Non avevo mai visto nulla di simile e mi emoziono anche ora mentre scrivo. Mi ricorda un poco le immagini di una città in guerra, che per fortuna non ho mai visto, grazie anche alla nostra cara Unione Europea. Il suolo non esiste più, edifici imbrattati, distrutti, infuocati. I semafori sono stati divelti, quindi è difficile e pericoloso attraversare la strada. Agli incroci, giovani disperati in cerca di qualche pesos, regolano il traffico come fossero vigili, svolgendo un servizio essenziale. Le istituzioni, per ora, non se ne occupano.

Tanti sono i manifesti e i graffiti femministi. Il movimento si respira molto forte. Come disse Isabella Allende durante la presentazione del suo ultimo libro a Torino (Dicembre 2019) “le donne cilene sono sensuali e molto determinate“. In un paese dove la disuguaglianza di genere è molto elevata e l’aborto non è legale. L’aborto è stato depenalizzato nel 2017 solo per 3 casi specifici, altrimenti è reato: violenza sessuale, pericolo di vita della madre e morte del feto. L’obiezione di coscienza da parte dei medici è comune anche nei tre casi citati, e quindi il numero di aborti clandestini è elevato.

Altri manifesti che mi hanno colpito sono quelli sul derecho a la enfancia e sul SENAME. Constanza mi racconta questa storia carica di rabbia e disgusto durante il viaggio in auto verso Viña del Mar. Non riesco a trattenere le lacrime. In breve, lo Stato, attraverso il SENAME, ha privatizzato anche l’assistenza di orfani e minori affidati dai genitori che non hanno la possibilità economica di mantenerli. Lo Stato appalta, ma non controlla. Così il SENAME è stato autore di violenze, abusi e maltrattamenti. All’interno delle strutture accade di tutto. Non solo i responsabili si macchiano dei crimini, ma permettono anche che i ragazzi più grandi abusino dei più giovani e più vulnerabili. I numeri sono difficili da reperire, ma gli osservatori ONU hanno condannato il Cile per queste pratiche. Report ONU che i governi cileni hanno sempre provato a nascondere. Human Rights Watch parla di 36 bambini morti tra Gennaio e Giugno 2016 e circa 259 nell’ultimo decennio. Ora, gli stessi ragazzi sopravvissuti al SENAME sono in piazza a combattere contro lo stesso Stato che invece di accudirli, proteggerli e garantire loro una infanzia e una istruzione dignitosa, ha negato loro questi diritti umani fondamentali.

La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza.

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Ogni fanciullo il quale è temporaneamente o definitivamente privato del suo ambiente familiare oppure che non può essere lasciato in tale ambiente nel suo proprio interesse, ha diritto a una protezione e ad aiuti speciali dello Stato.

Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

In tema di violenze e abusi, anche los Carabineros de Chile si sono macchiati di abusi e violenze che hanno fatto perder loro qualsiasi credibilità. Credibilità della quale godevano. Erano un’istituzione rispettata. E ricordo che il Cile, insieme all’Uruguay, è il Paese meno corrotto del Sud America.

Valparaíso
Valparaíso.

Al centro di Plaza de la Dignidad sventola una bandiera Mapuche, il popolo precolombino del Cile centrale, sottomesso e quasi sterminato, prima dagli Inca, poi dagli spagnoli. Sono agguerriti, e rivendicano i loro diritti. Parlando con me, Constanza è affascinata, perché a scuola i popoli precolombini e l’invasione spagnola non si studiavano.

Il link al report di HRW descrive la situazione sui diritti dell’infanzia, abusi dei Carabineros, disparità di genere, aborto e diritti Mapuche.

Valparaíso.

Oltre Plaza de la Dignidad e i suoi scontri quotidiani, ho avuto il piacere di parlare con insegnanti e rappresentanti di un sindacato di dipendenti pubblici, scesi in piazza pacificamente. E mi è piaciuto molto osservare diversi graffiti e manifesti con il testo #chilenoestaenguerra. Il luogo dell’accampamento è molto simbolico: tra il palazzo di giustizia e l’edificio dell’ex congresso, che ora si trova a Valparaíso. In piazza a volto scoperto, senza bombe, con idee, proposte, voglia di informare. Piñera parla di questo? No. Parla solo della violenza e delle innumerevoli fermate della metro chiuse, che invece sono meno di una decina, e solo una nel centro. Parlando con Hugo, ho modo di ascoltare diversi temi.


In primis la Constituzione. La dittatura è terminata il 11 Marzo 1990. Bene, 30 anni dopo, il Cile si fonda ancora sulla costituzione scritta da Pinochet nel 1980. Si chiede quindi una nuova assemblea costituente e in questi giorni il presidente Piñera e il suo governo stanno affrontando la questione. Come? Escludendo dall’assemblea costituente i rappresentanti delle popolazioni precolobine e dei partiti indipendenti e imponendo una forte disparità di genere.

Altro tema è quello dell’acqua. Il Cile è l’unico Paese al mondo dove l’acqua è totalmente privata. Inoltre ci sono le pensioni, totalmente private anche loro (AFP). E l’istruzione di qualità? Privata anche quella. E non dimentichiamo la sanità. La sanità pubblica è pessima. Ricordo che mi colpì molto leggere sul sito della Farnesina che in Argentina le strutture pubbliche sono migliori che in Cile. Quindi, chi può, va in cliniche private, con assicurazioni private. E ovviamente, la maggior parte delle compagnie sono straniere, non cilene. In Cile, dopo Allende, si è privatizzato tutto ciò che si poteva privatizzare.

I temi sono molti e davvero interessanti. Così si organizzano programmi di interventi aperti a tutti. In questa piazza e al centro culturale Gabriela Mistral. Sicuramente ce ne saranno molti altri.

La dittatura è terminata da 30 anni, ma quanto i suoi effetti sono stati latenti nella società cilena? La divisione in classi sociali è fortissima e il quartiere dove vivi, la scuola che frequenti e dove fai la prima comunione stabiliscono il tuo stato sociale. Una società, nelle parole di Rodrigo e Constanza, molto individualista e arrivista. Chiusa in se stessa. Tante persone che a Santiago vivono vicino alla cordillera (upper class) non hanno mai preso un autobus in vita loro. A Santiago si dice che non hanno mai oltrepassato Plaza Italia. Un simbolo, dunque.

Voglio condividere un esempio. Una mattina al Parque Metropolitan, chiedo qualche informazione al chiosco dell’ufficio turistico. La signora mi mostra il parco e mi dice che ci sono due piscine, una da 6000 pesos e un’altra, un po’ più lontano costa 7500 pesos. Con curiosità, chiedo quale fosse la differenza, è più grande? È nuova? Più bella? La signora sorride e mi dice: “No. Quella da 7500 è più esclusiva, capisci? A quella da 6000 ci vanno tutti, tutta la gente va lì, capisci…”

La piscina da 6000 pesos.

La sera di Natale, la mia ultima sera a Santiago, la trascorriamo nel parco del bicentenario. Caldo, tanta gente e giochiamo un po’ con Simón. Il parco si trova in un quartiere esclusivo e quindi il parco è per determinate classi sociali. Però, Constanza condivide con me che, rispetto a qualche anno fa, ora ci sono molti più peruviani e colombiani che giocano e si riposano. Poco tempo fa sarebbe stato impossibile! Giochiamo con bimbi peruviani e abbiamo la fortuna di conoscere Neymar. Constanza mi spiega che in generale, peruviani e boliviani hanno l’aria sottomessa qui in Cile, si sono chiusi in loro stessi e non si avvicinerebbero a una famiglia cilena. E infatti, non l’hanno fatto, bambini a parte (questo generalizzando, ovviamente). La recente immigrazione, magari cambierà le cose.

Interessante anche citare che il Cile è l’unico Paese che ho visitato dove la mia carta di debito prepagata non funziona e tutti i pagamenti online su siti cileni si sono rivelati impossibili, anche con la carta di credito. In Cile hanno creato un sistema di pagamento nazionale chiamato redCompra, ed evidentemente ci sono problemi con gli altri. Abbiamo verificato e su siti argentini funziona. Da approfondire. Ah, ed è vero che il costo della vita (direi vini e pesce esclusi) è quello circa dell’Italia, ma i salari, per molti, sono cileni.

Oltre che per la gioia di aver condiviso questi giorni con Constanza e Rodrigo, sono stato felice di essermi fermato così tanto a Santiago per aver avuto la possibilità di vivere questo momento storico. Non facile, ma sicuramente storico. La città era infatti molto più caotica, dovevo fare attenzione alle manifestazioni, era sporca e piena di bancarelle illegali che prima non si vedevano. Però è stato tutto molto più emozionante: ho vissuto tutto con grande curiosità, voglia di capire e, come sempre, con la sensibilità che mi accompagna.

El derecho de vivir en paz

La mia ultima notte a San Pedro de Atacama incontro un simpatico sculture locale di nome Fernando che mi mostra con gioia strumenti musicali dei popoli andini. Successivamente, si sofferma a parlare della situazione cilena e spiega che secondo lui, la grande differenza rispetto ai tempi di Allende sono i social media e la facilità di comunicare. Racconta che tutto è un disastro: pensioni, sanità, etc… e rimpiange la nazionalizzazione del rame voluta da Allende. Conferma che quando andava a scuola, nessuno gli aveva mai parlato dei Mapuche e dei popoli andini. Quando infine dico che lavoro per un’istituzione europea, gli si illuminano gli occhi piccoli scavati in un volto paffuto e stanco: spera in Sud America unito, più forte e più giusto.

Infine, le ultime parole su ciò che sta accadendo sono del gentile signore di Calama, al passo Jama. Secondo lui, questa rivoluzione è dei giovani. Noi anziani ci siamo abituati. Tutto era sempre uguale, Piñera o Bachelet, Bachelet o Piñera. Gli altri, nemmeno li conoscevamo. Io li appoggio, ma questo movimento è loro!

Buena suerte Santiago!

#chilenoestaenguerra #dignidad

“Tengo fe en Chile y su destino. Viva Chile!”

S. Allende

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